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Una parola per riflettere, una parola per coccolarci, una parola con le evocazioni suscitate nella nostra reticella Serena Brenci Pallotta a partire dalla sua etimologia: una parola che per ciascuno di noi ha assunto proprie sfumature e significati.

Perché le parole sono la descrizione del mondo che dipingiamo per noi, e che abbelliamo, se le parole le scegliamo con attenzione e cura.

Molte reticelle hanno suggerito quella che emergeva in loro spontaneamente all’inizio di questa avventura condivisa.



Viaggio

[Dal provenzale viatge, in francese antico veiage, che è il latino viatĭcum “provvista per il viaggio”]

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L’etimologia del termine viaggio in latino significa “ciò che riguarda la via” (viaticus) e allo stesso tempo tutto ciò che il viaggiatore porta con sé (dal neutro viaticum). Questo dal momento che, lungo le vie consolari, il viaggiatore non aveva modo di potersi rifornire di cibo, ed era pertanto necessario che si premunisse anticipatamente di provviste. Ancora oggi, se ci pensiamo, in quello spostamento da A a B attraversiamo uno scenario diverso dal consueto, portando con noi qualcosa. Che non è primariamente cibo (…lo possiamo trovare lungo la via…), bensì un carico di pensieri, aspettative, rimpianti. Il viaggio può consentirci di dipanarli o di enfatizzarli, dipende da come ci predisponiamo. Perché non ci allontaneremo mai in nessun luogo da noi stessi, se per primi non consentiamo di lasciar spazio all’ignoto dentro di noi, di lasciar andare ciò che pensiamo di sapere e stare nell’attimo di quel che accade. 

 

[Dal latino carnem-levamen (o levare) = togliere la carne]

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Esiste anche una seconda interpretazione etimologica, meno accreditata, che riconduce la parola a “càrrus navàlis”, un carroccio portato in occasione delle processioni festive. È quel tempo dell’anno che intercorre fra l’Epifania ed il primo giorno di Quaresima, diffuso nei paesi di tradizione cristiana, in cui ci si sollevava dai ruoli usualmente imposti, prima del periodo di digiuno ed astinenza quaresimale, durante la quale è prevista l’esclusione della carne dai pasti. Oggi l’aspetto più sentito è quello della maschera, appunto come giocosa disidentificazione da ciò che si sa di dover essere e immedesimazione in altre figure, reali o immaginarie, per far festa con sé e con gli altri. Il dovere, la finzione e l’essere. E qui ci perdiamo, perché siamo tutti Uno, nessuno, centomila. E va bene così.

 

[Dal latino Respiràre, composto della particella re = addietro e spirare = soffiare]

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Portare l’aria nel polmone e rimandarla fuori con moto contrario. È come un prendere tempo dalla vita, una pausa lievissima che ci separerebbe dalla fine di ogni respiro se fosse diradato al massimo quello spazio fra il prendere aria e il rimandarla fuori. Così ci possiamo immaginare che, senza stremarlo al limite, quando non ce la facciamo più e volessimo prenderci una distanza di sollievo dalle cose… basterebbe restare su di noi, sull’ascolto del nostro respiro, che deriva da un atto involontario ma può essere modulato. Modulato per rimanere custodito in uno spazio di cantuccio dal mondo, che ci ritagliamo per recuperare energia, per rarefare la rabbia, la delusione, l’insoddisfazione… quando ci sono. E ritrovare la presenza del qui ed ora, con le piante dei nostri piedi che toccano il terreno e le nostre mani che possono sempre inventarsi nuovi disegni e nuove speranze, a prescindere da tutti.

 

[Dal latino calòre(m) da calere = esser caldo] Il calore in fisica è la trasmissione di energia termica da un corpo più caldo ad uno più freddo.

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Il passaggio di energia sottende di per sé un cambiamento e la possibilità che due corpi possano influenzarsi. Mi piace la definizione di calore latente, secondo la quale si tratta della quantità di calore che occorre somministrare o sottrarre all’unità di massa di una sostanza affinché questa effettui il cambiamento, una volta raggiunta la temperatura alla quale cambia di stato. Mi piace pensare che sia così anche per le persone: che quando qualcuno è disposto a porsi in modo accogliente e pieno di calore verso qualcun altro possa stabilirsi un punto di svolta: una fase di insight della relazione che, una volta raggiunta, cambia irreversibilmente i due sistemi, magari nutrendoli in meglio, a prescindere che questa fase si sia raggiunta con un sorriso in più, una carezza o una parola nuova, proprio lì al momento in cui era importante che ci fosse.
[Dal latino resilĭens –ĕntis, part. pres. di resilīre ‘rimbalzare’, comp. di re- ‘indietro’ e salīre ‘saltare’]

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In ingegneria è la proprietà che alcuni materiali hanno di assorbire energia di deformazione elastica: la capacità di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. Per noi persone significa lasciare che gli eventi, anche negativi, possano attraversarci e plasmarci, senza opporre loro resistenza. Questo serve per trarre dall’esperienza le informazioni utili per continuare a vivere consapevoli dei reali riscontri che abbiamo intorno, in modo da non restare chiusi in un bozzolo di proiezioni solo nostre e maturare le risorse e le consapevolezze adeguate per scegliere coerentemente ciò che ci fa star bene. Non significa subire, quanto accettare il cambiamento che ci sta richiedendo di imparare a vedere le cose da un punto di vista nuovo, e trarne efficacia per la propria vita: se sta accadendo sul nostro percorso è perché in un qualche modo, foss’anche ancora inconsapevole, ne avevamo bisogno per ristabilire priorità più in linea con la nostra natura. Facciamone tesoro in modo proattivo. In informatica, in biologia, nel risk management la resilienza ha un punto in comune: quello di autoripararsi e di continuare a garantire le operazioni sino ad allora svolte. Nonostante tutto.
[dal greco antico ἰδέα, la cui radice ritroviamo nella forma verbale ε-ἶδ-ον (eidon), aoristo del verbo ὁράω (orao = vedere)]

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L’aoristo è una forma verbale che caratterizza l’azione in sé e per sé, senza indicazioni precise di tempo o di aspetto, ponendosi al di fuori della tradizionale contrapposizione tra un aspetto imperfettivo, ovvero che vede l’azione nel suo svolgersi, e quello perfettivo, che descrive l’azione come già compiuta. Se il concetto di visione assume la duplice funzione di corrispondenza ad una realtà esterna e quella di anticipazione di più forme assimilabili ad una stessa rappresentazione mentale ecco che ci torna alla mente l’idea per come la concepiva Platone: una forma assoluta, che sussiste autonomamente e indipendentemente dagli oggetti del mondo fenomenico. Gli oggetti divengono quindi manifestazioni sensibili di una forma pura e archetipica, che li prescinde. L’idea ci eleva verso un modello assoluto di riferimento, che diviene principio e può essere il centro intorno al quale stabilire le nostre priorità ed i nostri tempi: il valore che assumono le cose per noi. L’idea è preziosa perché è intenzione a priori e senza di essa non può esserci ispirazione. Allo stesso tempo l’idea fino a che resta idea è soltanto astrazione e per fare la rivoluzione va mangiata, come direbbe Gaber! J
[dal lat. sincerĭtas –atis, composto di sin-e = senza e cera]

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L’espressione “ut mel sine cera” indicava come miele senza cera quello di più alta qualità, dal gergo degli apicoltori: questa forma univerbata si è poi estesa ad altri ambiti per indicare il concetto di “senza maschera” e “scevro di finzione”. Quanto si possa essere senza maschera, dal momento che la vita è interpretazione di contesti e ruoli, rimane ancora un margine difficile da individuare. Quel che nella descrizione dei fenomeni si mantiene osservabile è l’aderenza ai fatti. Fatti che si stanno svolgendo. E allora sui fatti accaduti, di cui non siamo stati diretti osservatori? Lì per credere alla sincerità dobbiamo appellarci alla fiducia. E imparare che anche se le versioni fossero “con un po’” di cera, per amor di pace,  quando il fine ultimo è la fiducia reciproca nel farsi del bene, allora può andare comunque bene. Non c’è una sola verità.  Potrei risultare impopolare, lo so.

 

[Dal latino auscultàre da ausìcula (= auricula da àuris = orecchio)]

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È l’atto di porgere attentamente l’orecchio. Goethe ci dice che parlare è una necessità, mentre ascoltare è un’arte. Nell’ascolto possiamo accogliere le parole dell’altro per come escono, oppure possiamo interpretarle per come vogliamo che siano… possiamo considerarlo errato? Quante volte ci costruiamo castelli prendendo in prestito alcuni termini che ci vengono detti e li rivisitiamo interiormente in un concetto solo nostro? Un concetto che si nutre di proiezioni, fantasie e aspettative. È bello sognare, prendere pezzi di ascolto e ricomporli. È bello anche stare: stare nel fenomeno di un termine, di un gesto, lasciare che sia l’osservazione dell’altro e darci risposte, quando arriveranno, senza fretta, senza analisi. Fermarsi a quel che sembra. L’ascolto più difficile resta tuttavia quello del proprio silenzio: spegnere i pensieri e accettare che emerga anche ciò che non ci piace: un colore, una forma, una sensazione per come è, prima che arrivi la mente a dargli una connotazione. Una risorsa che può dirci molto sui nostri bisogni profondi.
[dal lat. tardo inspiratiōne(m), deriv. di inspirāre ‘ispirare’, che a sua volta deriva da spirare ‘soffiare’, col pref. in-]

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L’atto di immettere aria nell’apparato respiratorio ha la stessa radice etimologica di qualcosa che viene suscitato nell’animo: un’immagine che ci è stata soffiata dentro desta la fantasia creatrice e un sentimento. Sarà perché infondere è come un soffio, talvolta imprevisto e irriducibile come impreviste e involontarie sono le fugaci impressioni che una persona, un paesaggio, un episodio risvegliano in noi. Non le sappiamo decifrare razionalmente, ma hanno già spostato i nostri sensi verso altri desideri.

 

 

[Dal greco εὐφορία il cui significato nasce dall’unione di êu (“bene”) e di phéro (“io porto”) nel senso compiuto di portare abbondanza, fertilità]

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È quel fervore che si accompagna all’idea di qualcosa che ancora non si è compiuto, che ci ricongiunge con la positività interiore dell’entusiasmo e della speranza. Anche se “ad ogni slancio dovesse corrispondere stessa quantità di frustrazione” – come ci fa eco il Jova, non sarebbe comunque un buon motivo per non farlo ancora, ora, pur di vivere tutta la dopamina che porta con sé una gustosa euforia!

 

[Dal franco bisunnia “lavoro, affare, cura”, attraverso il latino medievale bisoniu(m).]

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È bizzarro come, quello che nell’accezione comune indica la mancanza di qualcosa da colmare, in origine abbia avuto un senso propositivo di qualcosa da fare: un lavoro, un affare, una cura. In microeconomia il bisogno equivale al desiderio del consumatore, che si traduce in panieri di beni che garantiscono la sua utilità. Eppure il bisogno è cosa diversa dal desiderio: il primo trae origine da un’esigenza e si esaurisce nel suo soddisfacimento, il secondo inizia da un’aspirazione e ci mette in moto verso una direzione.

 

[in-cer-téz-ze] [Der. di certezze, col pref. in-, che a sua volta deriva dal lat. certum, p. pass. di cernĕre ‘distinguere’]

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Natura imprecisa e mancanza di prevedibilità… genera il dubbio e la fantasia di tutto ciò che posso proiettare laddove c’è buio. In genere sono fantasmi di ipotesi che potrebbero non realizzarsi mai. Ma il solo fatto di dedicare loro attenzione li nutre. Del resto la bellezza di una conferma, che si disvela nel suo fulgente e avvolgente calore, non sarebbe tale se le incertezze non fossero sempre un’alternativa possibile. Così quando non distinguo l’orizzonte mi rispondo che devo continuare a viaggiare, affinché le incertezze trovino naturalmente risposta nei miei passi che si compiono. Fosse semplice…!
Dal latino re-àgere:
da re = addietro, contro e àgere = fare

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Operare in senso contrario. Restituire un colpo ricevuto dalla vita, magari senza che la vita degli altri sappia e nemmeno la propria. Senza fare troppo male e, ahimè, a chi spesso non ne ha colpe. Ma talvolta si reagisce al dolore senza amore e già quello è un po’ privare.  Reagire quando le azioni degli altri intaccano nervi scoperti o che abbiamo coperto troppo, che si sono corazzati di difese e non sappiamo gestire l’emozione. Reagire quando è viscerale e non ci sono buone norme per sedersi a tavola con garbo e fascino da copertina. Reagire per darsi sempre un’altra possibilità, quando la vita spinge verso giù e no, non siamo d’accordo che siano gli altri a direzionare la rotta.
[Imaginàri dal latino imàgo = immagine] Configurare immagini nella propria mente.

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La realtà è sempre un’interpretazione e quel che ci prefiguriamo influisce su quel che ci aspettiamo, persino su come lo vivremo. Dice Coelho: “il desiderio non è ciò che vedi, ma quello che immagini”. Smettere di immaginare è smettere di creare, è smettere di amare.

/amorevo’lets:a/ s. f. [der. di amorevole] Inteso come l’essere amorevole: è uno stato del saper essere, che include il sentire amore.

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Ahi… mai più concetto è a tal punto rincorso, abusato e sofferto. L’amore. L’amore. L’amore. Ci diciamo che esistono forme diverse di amore. Mentalmente le facciamo coesistere. E siamo in grado di trasmettere amorevolezza anche senza l’Amore, quello con la A. perché possiamo essere amorevoli per averlo appreso, per quieto vivere, per necessità, per compassione, per benevolenza. Ma l’amore… sia che ci riferiamo al termine greco mao = desidero che al sanscrito kama = desiderio, passione, attrazione… sta ad indicare inclusione e visceralità. È qualcosa che attiene alla pancia, e ci sta tutto anche nella relazione genitore-figlio. Poi è vero che necessita di una gestione lucida della comunicazione e di una gestione consapevole dell’attaccamento, ma non può nascere dalla testa. A me piace tantissimo l’etimologia latina a-mors = senza morte. Per me significa qualcosa che trascende i confini dello status quo, che mi fa mettere in discussione: una tensione evolutiva per avvicinarmi sempre più a quel che sono. In pienezza di vita: con tutto quello che comporta questo rischio di vulnerabilità.
[Dal lat. ligamen -ĭnis, der. di ligare legare] La radice è la stessa del sanscrito ling-âmi = piego e â-ling-â-mi = abbraccio.

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Se mi piego in un abbraccio resto sicuramente intera, ma posso lasciare che il mio sistema sia influenzato dal tuo, consento al mio cambiamento di avvenire un po’ col tuo. E se tanto cambiamo in continuazione e se ho voglia di un abbraccio che mi faccia cambiare un po’ con te allora forse non c’è da avere paura del legame. Una volta un ragazzo con cui sarei potuta uscire una seconda volta ci tenne a specificare che lui non avrebbe voluto sviluppare un legame. Eppure mi cercava solo lui. È bizzarro come ci illudiamo di piegare la libera espressione delle emozioni a dei preconcetti mentali. E come ci leghiamo a quegli schemi e al contempo alle persone che li rappresentano, in modo contorto, quando il legame potrebbe essere spontaneo, crescere per empatia e appassire per disinteresse. Non ci uscii di nuovo. Ieri sera ho visto La La Land e mi sono commossa. Mi ha colpito per tutte quelle volte in cui ho cercato di arginare qualcosa di emotivamente forte che un’altra persona spostava in me: e allora ho chiesto aiuto alla logica, all’ideale non totalmente appagato, alla difesa. Fino a che ho lasciato andare, pensando che tanto la vita si aggiusta da sé e un altro legame si costruisce. Ho sottovalutato che il mio sistema si era già legato, oltre la logica. E che bisognerebbe aver rispetto quando si è in tempo per dare specificità a qualcuno.

 

[dall’arabo dīwān, voce di origine persiana che significa propriamente registro]

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Registro del soldo delle milizie arabe e delle pensioni di stato, e poi inteso come un qualsiasi pubblico ufficio amministrativo e magazzino della dogana = da dīwān deriva anche dogana, oltre che divano. Dall’arredo degli uffici orientali, costituiti soprattutto da sofà, nacque il senso del divano come componente dell’arredamento. Nell’Impero Ottomano fu sinonimo di Consiglio, inteso soprattutto come Consiglio dei ministri. Ora… il divano che nell’accezione di registro richiama la raccolta West-Östlicher Diwan di Goethe, il divano come magazzino della dogana, il divano come sofà… in ogni caso mi regala un senso di distensione, ampiezza e tanto sonno. Come il tunnel di Alice nel paese delle meraviglie, che conduce ad uno spazio altro, sospeso e personale. A te quale immagine evoca… il divano?

 

[Dal lat. tardo ausāre, deriv. del lat. class. āusus] La radice au- come av- significa aspirare o tendere verso qualche cosa, con il senso più esteso di correre in aiuto, proteggere.

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E allora mi viene in mente cosa spesso non si fa per proteggere un desiderio. Perché ci sembra di non esserne abbastanza degni. Perché fa più paura la luce di cui osare risplendere che l’ombra della giustificazione. Tendere verso qualcosa: tendere un braccio per buttare il cuore oltre l’ostacolo. Aspirare: credere fortemente che laddove il cuore cadrà ce ne potremmo comunque occupare. Anche se è al di là del conosciuto, al di là della zona di comfort. Osare è avere fiducia nel nuovo che viene apportato da un cambiamento auspicato. Ed anche se è auspicato farà sempre paura. Anche se fa paura non significa che non si possa osare. Quando è stata l’ultima volta in cui hai sentito di osare?

[Dal lat. somnium = sonno, derivante dalla radice sanscrita svap-] In sanscrito svapnja vuol dire sonno, così come il termine greco σ-ὕπνος (s-ypnos).

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Sonno e Sogno in origine non erano distinti, entrambi a rappresentare quel completo assopimento dei sensi che sospende dalla materia e dal contatto. Anche se il sogno si crede reale e non si arrende: produce immagini mutuate dal presente, prese in prestito dai retaggi irrisolti di ieri, aspirate inconsciamente per il domani. Rimesta le fila della storia in completo possesso della nostra possibilità di azione. Nella mitologia greca il sogno fuoriesce dal corno di Oniro: un’interpretazione, una visione, un’allucinazione. Mette in scena quello che non ci concediamo di desiderare e quel che dovremmo smettere di trattenere: un’anticamera di concertazione fra cuore e cervello.

 

[/bu’dʒia/ s. f. [dal provenz. bauzia, di origine germ.]. – [falsa affermazione, fatta intenzionalmente] È l’ultima parola fra quelle che mi sono state scritte da voi. È al plurale e la lascio così.

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Bauzia deriva a sua volta dal francone bausī: ‘malvagità’. La stessa parola ‘bugia’ sta ad indicare anche il candeliere con un piattello ed un bocciolo in cui s’infila la candela: dal francese bougie. Prende il nome da Bidgiaya, la città africana che fornisce tuttora cera e dove si fabbricavano queste candele sottili. Ora, le due cose sono arrivate a riempire con significati diversi la stessa parola, e non c’è corrispondenza fra le due etimologie. Ad ogni modo mi fa sorridere, riflettendo su come il punto di vista si sposta simpaticamente dalla cupezza che ha la menzogna nell’immaginario collettivo alla scena da film del tizio che si aggira di notte, con in mano il candeliere ottocentesco, per i lunghi corridoi del castello. Le bugie che hanno le gambe corte, le bugie che fanno le ombre lunghe al buio ferito appena dalla candela, le bugie che ci dicono fin da bambini di non dire, le bugie che da adulti impariamo talvolta a ritenere necessarie, così da dover sospendere il giudizio, prima di tutto su noi stessi. E poi magari sugli altri, se ce le raccontano. A volte feriscono, altre proteggono. C’è questa immediata interpretazione di malvagità e dolore, per cui le bugie sono una ferita per chi le riceve, quando invece attengono alla sfera di disagio di chi le dice. Ad ogni modo spezzano. Spezzano una dimensione di complicità possibile. Che non è detto ci sarebbe stata, che così non ha comunque avuto l’opportunità di sperimentarsi. Bugie che chiudono, bugie che salvano. Comunque ricordatevi di quelle che dite.

[da educare derivato da educĕre «trarre fuori, allevare», comp. di e e ducĕre «trarre, condurre»].

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Il significato intrinseco è quello di estrapolare e potenziare qualità e competenze che sono già parte di ciascuno di noi, spesso in modo inespresso. Un’arte maieutica che aiuta a tirar fuori. Nell’accezione comune ha assunto più una funzione trasmissiva, come qualcosa da insegnare. Io credo che dedicando ascolto e accettazione incondizionata ad ogni persona si possa sicuramente educare, ovvero trarre fuori qualcosa di bello, e di buono. Se cerchi il buono vedrai il buono. Su questo terreno fertile poi si può procedere allo scambio di idee e di conoscenze. Crescendo insieme. Perché davvero, non si smette mai.

[Da complice: in latino tardo complex -ĭcis, der. complecti ‘comprendere, coinvolgere’ • sec. XIV.]

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è quel contenere in sé lo sguardo dell’altro, la sua intenzione, il suo umore. Coccolarlo e farlo proprio, tanto da diventarne parte. Stare nelle cose allo stesso modo, vibrare della stessa fulgente energia. Costruire insieme qualcosa che va oltre le parti

Deriva dal greco “empatheia”: formato da ἐν ossia “in” e da -patia -πάϑειαal ovvero “sentire, sentimento” = sentire dentro.

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Provare empatia e coltivarla equivale ad osservare le cose dal punto di vista dell’altro, recuperando in sé la comprensione del suo sentire del momento, ed al contempo sapendo restare “nelle proprie scarpe” Cosa vuol dire secondo te? Secondo me significa investire tempo e attenzione nell’ascolto dell’altra persona, senza perdere l’attenzione per come ci fa sentire questa disposizione all’apertura e alla fiducia, e quali memorie ripesca in noi. La simpatia accade diversamente, implica il sentire le cose allo stesso modo dell’altra persona, reagendo come lei reagisce, soffrendo o gioendo con lei. Nell’empatia c’è uno spazio di osservazione, che manca nella simpatia. Questo spazio aiuta a familiarizzare con l’emozione dell’altro, senza immergersi in quella emozione con la stessa totale identificazione: so che in quel preciso istante appartiene all’altro. Grazie a questo spazio possiamo aiutarlo a conoscersi, a potenziare le sue risorse, a prendersi in braccio e a portarsi in salvo. Senza influenzarlo, senza giudicarlo, senza fornirgli una soluzione pre-confezionata. Ho riscoperto nella mia professione di counselor questa umile disposizione a stare nella sospensione, a lasciare emergere quel che deve. Prima di tutto me la sono regalata nei miei confronti

Dal lat. respectus -us, der. di respicĕre: riguardare, considerare. Composto dalla particella re- ‘di nuovo, addietro’ e da spicere ‘guardare’.

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Guardare ad una zona conosciuta con cautela e precauzione. Mi fa pensare a qualcosa che si è avuto già modo di osservare e di cui si è tracciato un confine, per sentirne la differenza rispetto al resto e dargli il giusto valore. Rispetto dovrebbe essere, quindi, prima di ogni altra cosa tracciare il proprio confine interiore nei confronti di tutto ciò che ci allontana dall’equilibrio e ci distoglie dalla nostra natura profonda, l’unica in grado di farci sentire realizzati. Se posso sentire qual è per me quel confine di rispetto, posso anche fermarmi quando sto per oltrepassare quello dell’altro. “Non potranno mai toglierci il rispetto per noi stessi, se non saremo noi a darglielo.”

Dal latino brachium, dal greco βραχίων: braccio è quello che può cingere l’altro in un gesto di autentica protezione e accoglimento.

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L’abbraccio circonda l’altra persona con le proprie braccia e comporta che il suo collo ed il suo petto vengano coperti con il nostro corpo. Contenere, comprendere, seguire, accettare, dedicarsi a qualcosa. L’abbraccio apre ad uno spazio protetto per liberare le proprie difese e promettere al contempo di proteggere. Esiste dimensione più avvolgente? «L’universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa cosí: ci si avvicina lentamente eppure senza motivo apparente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo delle ali, e infine si svanisce, insieme, nello spazio di carità tra te e l’altro». Chandra Livia Candiani ce lo presenta magnificamente così. Ti trattengo per paura che tu possa sfuggire o ti stringo per trasmetterti tutto il mio calore, prima che tu possa andare, libero di esprimere te stesso, forte del mio amore.

Mindfulness: traduzione (T.W. Rhys Davids, 1881) di sati, termine della lingua pali che significa attenzione sollecita e consapevolezza.

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Consapevolezza ha a che vedere con l’assaporare (cum sapio).Quanto davvero assaporiamo qualcosa, nel momento in cui si sta verificando, con il cuore e la mente rivolti appieno a quel qualcosa? La nostra mente è proiettata per muoverci nel tempo, e così, spesso, ci perdiamo il contatto con l’unico momento in cui accade la vita. Quando in un corso di counseling aziendale che stavo seguendo ho visto dei moduli di mindfulness mi sono dapprima stupita: cosa poteva centrare lo sviluppo di una sana comunicazione nei contesti di lavoro con la presenza mentale? La pratica mi ha risposto. Rupert Gethin parla della consapevolezza delle cose in rapporto alle cose, e quindi la consapevolezza del loro valore relativo. Quando siamo dentro ad una discussione e ad un problema, e ci siamo con qualcun altro, risulta più immediato identificarci con le emozioni negative che stiamo vivendo, e giudicarle nel tentativo di separarcene. Ma ad ogni giudizio aumenta lo spazio rivolto all’emozione negativa. Se proviamo ad osservare la discussione ed il problema in silenzio, immaginandoci all’esterno della scena, lo spazio glielo facciamo intorno. Un sasso nell’acqua fa un effetto diverso a seconda di quanto è ampio lo spazio intorno. Ogni volta mi educo a ricordare che conta meno il contenuto e più l’attitudine a come mi rapporto a qualcosa. Non finirò mai di impararlo definitivamente.

Il latino fides deriva dalla radice indeuropea bheidh, ‘fidarsi’; la parola latina fiducia è astrazione dell’aggettivo fiducus: ‘colui di cui mi fido’.

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C’è sempre un’attribuzione di potenzialità, una proiezione del mio bisogno di appartenenza, un atteggiamento di apertura che confina con la speranza. Questo affidare una mia porzione alla gestione che tu ne puoi fare: un compito che sei disposto a svolgere forse anche meglio di me, ed io lo avverto, che è al contempo una cura della mia emotività di cui desidero tu possa farti carico. Diceva Ernst Bloch: “la speranza non è fiduciosa certezza”. Di certo non c’è effettivamente nulla, se non il rischio che mi assumo nel con-fidare in te, che è poi la mia – la nostra – capacità di confidare in qualcosa di più grande di noi, qualcosa che estende i nostri confini, ci fa dare e ci fa prendere, ci mette in circolo. Il vero senso di appartenenza è possibile solo quando presentiamo al mondo il nostro sé autentico e imperfetto, che presume che il primo atto di fiducia lo abbiamo compiuto verso noi stessi. “Cura d’esser chi sei, che ti amino o no” ci ricordava anche l’amico Pessoa, un po’ come ha fatto il brutto anatroccolo facendo leva interiormente sulla sua fiducia visionaria, quando non riceveva ancora conferme dagli altri.

[Lat. veritas-atis, der. di verus “vero”]

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Mi ricordo i tempi del liceo e il mio bisogno di dare un senso ad una storia finita, di capire la sua porzione di realtà, e di non riuscirci. Avevo la mia, che era più forte. Mi ricordo di una canzone di Biagio, che solo allora mi piaceva, ed una sua frase che mi riecheggiava dentro: “Non c’è una sola verità”. Quello è stato il mio primo tentativo di mettere in discussione un mio punto di vista emotivo sulle cose, un allargamento necessario della mia mappa percettiva, che mi concedeva spiragli di leggerezza. Non conoscevo ancora la Gestalt ed il concetto di figura-sfondo per cui il bisogno che emerge in figura è quello più forte, ed in base a quello si delinea la propria mappa del presente, coi riferimenti e le idee in proposito. Non sapevo che quando quel bisogno va sullo sfondo la nostra mente può delineare un’altra realtà percettiva, che diventa la sua verità del momento. “Quando cambi il modo di osservare le cose le cose che osservi cambiano” – da allora mi sono allenata a mettermi in altri panni, a spostarmi lungo altre direttrici e ad osservare da lì. Non è mai semplice distinguere fra l’oggettività di accadimento di qualcosa, quella che Husserl chiama realtà fenomenologica, e l’interpretazione personale con cui le emozioni ed i sentimenti la colorano. Sono entrambi aspetti importanti che coesistono sempre, è importante per me delinearne i confini: quando scelgo le parole per comunicare, quando vivo un conflitto con qualcuno, quando da counselor accompagno il cliente a prendere contatto col suo problema in un modo nuovo. E poi c’è il vocabolario, che all’ultima voce scrive 3. raro = Sincerità, buonafede. Quella credo che sì, sia una buona verità. Cosa è importante per te quando parliamo di Verità?

[dal lat. harmonĭa, gr. ἁρμονία, affine a ἁρμόζω «comporre, accordare»] Armonia… quando tutto è in ordine, fuori e dentro di te.

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No… mai tutto può davvero esserlo. Eppure c’è bisogno di quello spazio in cui trovi il senso, il tuo senso a dipanare la matassa o semplicemente ad individuare il filo da cui poter iniziare. Un momento in cui emerge l’accordo fra le parti e senti di scegliere con naturalezza: il momento in cui molli la presa, il momento in cui non fa più male, il momento in cui ci credi e niente e nessuno ti può fermare… il momento in cui. La sua consapevolezza può affiorare in una sensazione improvvisa, eppure quella rispondenza interna con gli oggetti, i colori, gli odori del mondo esterno non è solo frutto di un attimo. Come nella musica, nella quale sono gli accordi e non i singoli suoni a realizzare il discorso tematico, così nella vita c’è sempre un’interrelazione fra il prima e il dopo, fra ciò che serviva quand’anche fosse ancora inconsapevole e ciò che ha significato quando siamo stati pronti. Rispondenza, proporzione, evocazione acustica di ciò che le parole rappresentano, conveniente disposizione delle figure nell’opera, conformità. Quand’è stata l’ultima volta in cui hai sentito armonia?

 

Ce la ricorda la soft economy, con un articolo del Sole dell’ultimo lunedì in cui sì, strano a leggersi per un quotidiano economico, ci dice che sono le reti di relazioni, la coesione e la bellezza a poterci salvare.

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Il contenuto va Ce la ricordano le nuove piattaforme digitali, prima i social network, poi la sempre più diffusa Social Collaboration per far organizzare i lavoratori in azienda, anche se delocalizzati su porzioni distanti di mondo sanno che attingono a community precise per gestire gli stessi argomenti, perseguire lo stesso obiettivo. “Ce la ricordano” perché è di per sé un’esigenza primordiale, quella di laboràre – cum, in latino praticare insieme. Ogni volta che c’è quel c u m si tratta di non essere soli. Di potersi rispecchiare, supportare, ritrovare nelle proprie fragilità comuni, valorizzare nei punti di forza diversi e talvolta complementari. “Se vuoi arrivare primo, corri da solo; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme. Ce la ricorda così un proverbio keniota, lì dove la natura e lo spirito di comunità ammalia e ammala di nostalgia d’Africa, così distante dalle istanze individualiste di quel Nord che la divora. Ce la ricorda Giorgio, mentre canta ancora “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. Dalla collaborazione in un gioco a squadre ricordo che avevo un’idea su come sciogliere un enigma, ma mi mancava la soluzione pratica, in cui una mia compagna di gruppo era più brava: lei me la fornì, insieme procedemmo. Dalla collaborazione sul lavoro ho imparato che, per quanto spinga forte sull’ambizione, non posso fare tutto: il mio collega è più veloce sui calcoli a mente, è una risorsa mentre io rifletto sui concetti, insieme procediamo. Dalla collaborazione nei gruppi di counseling ricordo che lavorare insieme è nutrirsi del pezzo di vita che mette in circolo l’altro, che risuona in altri pezzetti della mia. Collaborazione è l’opera di chi collabora, e il risultato di tale opera: l’attività e l’output di un team. Il senso di appartenenza come parti di un tutto, che è più della somma delle parti. Collaborazione: partecipare insieme con altri a… A te cosa ricorda? qui

[Dal lat. tardo confortare ‘render forte’, der. di fortis ‘forte’, col pref. con-] Forti, invincibili, fino a quando sembra difficile confrontarsi con le cose da fare senza doversi confrontare con se stessi.

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Forti, invincibili, come se quella parola giusta in quel momento, quella telefonata, quel conflitto fossero irrisori. Invece basterebbe parlarsi, abbracciarsi o ancor prima fermarsi, a cercare di far emergere un po’ di sollievo da dentro, ad immaginare cosa potrebbe fare la differenza. L’attenzione di un’amica che ti guarda dritto negli occhi e ti dice “prenditi tempo, lo capisco, non ti preoccupare”, il sorriso di tuo figlio inconsapevole dei fatti ma così sensibile al tuo umore, che ricava quell’angolo di calore in una giornata dalle goccioline che evaporano. “«Volare mi fa paura» stridette Fortunata alzandosi. «Quando succederà, io sarò accanto a te» miagolò Zorba leccandole la testa.” A volte anche seguire la propria indole fa paura, come per la gabbianella che voleva imparare a volare e sentì il conforto del gatto. A volte abbiamo soltanto bisogno di qualcuno che ci faccia sentire che non ci solleverà da terra, ma sarà lì steso accanto a noi fino a che non avremmo voglia di alzarci. Qual è stata l’ultima cosa bella che ti ha donato conforto?

 

[Dal lat. mediev. recognoscentia, originariamente nel significato giuridico di ‘riconoscimento (di un debito)’]. Io ti conosco.

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E, mentre ritrovo in me la sensazione che mi susciti col tuo gesto e con le tue parole, io ti riconosco ancora, in modo sempre nuovo. Conosco me attraverso quel tuo movimento, il suono con cui hai pronunciato poco fa quelle poche parole, che ora stanno entrando in risonanza col mio mondo. “E così si erano conosciuti e nel gelo lui si era ormai saputo e lei, che si sapeva da sempre, finalmente si poté riconoscere” – ci dice Calvino. La riconoscenza è la volontà di ricambiare materialmente quanto ci è stato dato. Io credo che mentre l’altra persona mi dà qualcosa, dal posto a sedere in autobus, all’input esatto che in quel momento esatto mi svolta, stia già prendendo da me il piacere di essere partecipe della mia vicenda, in cui riconosce empaticamente una parte di sé da coccolare. Se a questo piacere che si prende e che mi dà faccio seguire la mia gratitudine io posso chiudere il cerchio, ringraziando quel gesto e la bellezza di essere in una relazione. Talvolta la gratitudine è in un solo sguardo di intesa, carico di riflessi, altre in un sorriso appena accennato o in una parola, sussurrata piano, altre volte ancora sente la voglia di un’azione più incisiva, di una serie di azioni. E non fa differenza se ci conosciamo da un giorno, da una vita o ci siamo incrociati di sfuggita. “La riconoscenza è la memoria del cuore” (Lao-Tsé). Oggi, 22 settembre, verso chi ti senti riconoscente?